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  Il 21 luglio 44 avevo 12 anni e mezzo. Ero a malga Pramosio, pastore, con le capre. Quel giorno, un giorno come tutti gli altri, ero al pascolo con uno dei pastori più vecchi, Nicolò Matiz . A mez zogiorno ci siamo ritardati di mezzora sul rientro, a causa di un po’ di pioggia. Arrivati alla casera, il vecchio mi ha detto di  andare ad aprire la porta della casera, mentre lui sistemava le pecore nel tamar. Quando ho aperto la porta  ho fatto un po’ di fatica, c’era resistenza. Il pastore mi ha borbottato qualcosa, dicendo che non ero nemmeno capace, alla mia età, di aprire la porta.
Quando sono riuscito a spalancarla, ho visto un mucchio di corpi sul fogolar  e il mio paesano Giacomo il primo davanti alla scala che saliva sulle camere. L’ho tirato per il piede, dicendo che anche questo non diceva nulla. Mi sembrava però che ancora respirasse….

A essere uccisi sono stati i pastori e anche i muratori che erano a lavorare lì.alfioneIn malga, in cima a tutti gli uccisi c’era Dree, il padrone.
Mi è presa la voglia di scappare e nonostante il pastore mi dicesse di restare fermo, in poco tempo ero già in mezzo al bosco.
Quando ero in Pramosio, nel bosco, avevo sentito delle voci e uno sparo. Pensavo fosse un cacciatore di camosci e volevo andare a vedere: Nicolò mi ha detto di non andare, perché con la pioggia c’era il rischio di perdere le capre. Invece era quando stavano uccidendo quelle due donne. Dovevano venire in malga a prendere del formaggio ma sono state sorprese e uccise dalla banda.
Poco più in là, vicino a un masso in mezzo al prato, c’erano due uomini, che mi hanno chiesto:- ragazzo, dove vai?
Erano di Timau, uno era il padrone della malga Fontanafredda. In tamovese ho detto loro che a malga Pramosio erano tutti i morti e sono scappato nuovamente. Invece di prendere la solita stradina, sono andato giù per il bosco. Mi sono fermato a prendere fiato nascosto in mezzo ai rami di un grosso pino. Quando ho voluto rialzarmi in piedi, non ce la facevo. Era per la mantellina fradicia, per la giacca bagnata, per i pantaloni… mi sono tolto tutto eppure non riuscivo ad alzarmi. Allora mi sono trascinato giù, sino a quando ho trovato un gruppo di donne che stavano falciando. Ho raccontato quello che era successo: mi hanno buttato addosso un grembiule e mi hanno accompagnato fino a Timau. Nel tragitto ho incontrato un ragazzo, aveva due anni più di me, al pascolo con le capre. Era il nipote del pastore Nicolò.
Anche a lui ho raccontato quello che era successo. Mi ha chiesto preoccupato che cosa era successo a suo nonno e in quel momento lo abbiamo scorto in alto, sulla cima.  Arrivato a casa mia, mi sono fermato davanti alla fontana. Mia madre era ancora fuori.
Dopo pochi minuti è arrivato un partigiano, di nome Benedetto: non sapevo come chiamarlo. Mi ha chiesto se fosse vero che c’era stata la strage e, avuta la conferma, mi ha proposto di riaccompagnarlo su.  Ho risposto di non essere nemmeno in grado di camminare e lui, di rimando, mi ha dato un forte schiaffo. E’ arrivato Nicolò Unfer, che era il capo di una squadra di muratori impegnati in malga : hanno parlottato a lungo e si sono messi quasi a litigare. Alla fine sono andati su a recuperare i corpi degli uccisi. Sono scesi di notte, senza luce, portando giù i corpi avvolti in coperte…
Poi sono arrivati altri due partigiani, a chiedere informazioni precise da riferire alla moglie di Brunetti, che non voleva credere alle notizie che stavano arrivando. Sono andato a mettermi un paio di pantaloni e avviato verso Paluzza; sentito però che stavano sparando, sono andato a nascondermi in un campo di fagioli dove, per la stanchezza, mi sono addormentato.  Mia madre mi stava cercando e non sapeva dove trovarmi. Ricordo di essermi svegliato parecchio tempo dopo (mia madre dice dei giorni).
I morti sono stati portati nell’asilo di Timau, da dove hanno caricato un carro con i morti di Paluzza. All’altezza di Casteons  una donna ha detto al padrone dei cavalli:  Scappa, non andare avanti, stanno sparando!
I cavalli sono andati avanti da soli, fino sulla piazza di  Paluzza e nessuno ha potuto avvicinarli fino alle 4 del pomeriggio!
Quando c’è stato il funerale delle vittime di Timau, non ci sono potuto andare, perché i piedi ancora non mi reggevano. Anche il medico mi ha detto che era opportuno che non rimanessi in zona, per i traumi subiti, e così mi hanno mandato per tre anni da una mia cugina a Poggio Mirteto in provincia di Rieti.
 Ritornato a Timau, ho fatto poi  44 anni da emigrante in Svizzera.
 
 
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