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Il 25 aprile 1945  

L'Italia si delibera del terrore nazista, in Carinzia i "soldati della razza" commetavano fino al ultimo momento uno dei massacri piu brutti. Dalle famiglie contandine Sadovnik e Kogoj uccidevano 3 adulti e 4 bambini, tutti innocenti.
Il Persman diventeva Museo, luogo di memoria centrale per la resistanza i Carinzia e per la persecuzione ed il dolore degli sloveni.
Gli autori colpevoli della 4. compagnia  del I. Battaglione del regimemto 13 della SS e polizia sono mai stati trovati e mai stati interrogati. Il luogo del crimine nazista sopra del villaggio Eisenkappel /Zelesna Kapla al sud di Carinzia diventa luogo della memoria.

 


Le vittime:
Franciska Sadovnik (nata Dlopst), geb. 26.1.1868, Altbäurin
Luka Sadovnik, nata. 6.10.1906, Bauer
Ana Sadovnik (geb. Haberc), geb. 15.6.1909, Bäurin
Franciska Sadovnik , geb. 4.2.1932, Tochter
Viktor Sadovnik, geb. 4.4.1941, Sohn
Bogomir Sadovnik, geb. 4.8.1944, Sohn
Katarina Sadovnik, geb. 25.4.1901, Schwester des Bauern
Albina Sadovnik, geb. 11.2.1938, Nichte
Filip Sadovnik, geb. 20.5.1940, Neffe
Stanislav Kogoj, geb. 13.11.1935, Neffe
Adelgunda Kogoj, geb. 28.1.1942, Nichte

Due figlie della famiglia contadina avevano soprovissuto l'attacco ferite gravamente, un nipote restava illeso. Un figlio della famiglia Sadovnik non era stato a quel giorno alla masseria dei genetori. Dopo aver ricevuto l'eta di 18 anni lui diventeva la il contadino.

Il cippo di Caneva di Tolmezzo





Caneva di Tolmezzo si trovava al confine della zona libera della Carnia e nell'estate del 1944 ospitava un presidio fascista, proprio all’imbocco del ponte sul torrente But, contro il quale venne decisa un'azione partigiana.
L’attacco avvenne nella notte del 27 luglio 1944, in due riprese; ma alla seconda furono colpiti a morte due partigiani della Osoppo- Friuli: Marcello Coradazzi di Tolmezzo e Cosmo Valeriano di Formia (Latina). Una targa provvisoria ricordava il sacrificio dei due giovani, ma su iniziativa della Sezione locale dell’ANPI (soprattutto grazie ad Elio Matteucci), con l’aiuto del Comune di Tolmezzo, della Regione, di privati cittadini, e attraverso la generosità di un architetto e un impresario, è stato costruito un suggestivo monumento che è stato inaugurato il 30 luglio del 2006. La cerimonia ha assunto valore
simbolico particolare per la partecipazione di uomini e donne di Formia, la città di Cosmo Valeriano, tra i quali Ottavio, fratello del Caduto. Erano presenti anche il sindaco, l’Assessore alla Cultura, due consiglieri comunali e i vigili con il gonfalone della città laziale. La cerimonia ha visto gli interventi del Sindaco di Tolmezzo, del Sindaco di Formia e del presidente dell’ANPI Provinciale di Udine.

Caduti a Gemona

La sera dell’11 novembre 1944, a Gemona, in via Dante, venivano uccisi in un agguato tre soldati della milizia di difesa territoriale della Rsi, mentre rientravano alle loro abitazioni. Il gruppo era formato da quattro militi: due di loro, Andrea Degano e Nino Zanini, diciottenni, caddero sotto i colpi delle armi automatiche e l’esplosione di una bomba a mano; un terzo, Nino Della Pietra, rimase gravemente ferito e, soccorso dal quarto, milite, fu portato all’ospedale di Gemona, dove morì due giorni dopo. Fascisti e nazisti, per rappresaglia, portarono  a Gemona altri sei partigiani già custoditi nelle  carceri di Udine e già condannati alla fucilazione e decisero che l’esecuzione avvenisse in prossimità del luogo ove tempo prima erano stati uccisi i tre militi della MDT. Si trattava di partigiani provenienti da varie località, soprattutto dal pordenonese. I loro nomi erano: Salvatore Caputo, Aldo Del Mestre, Sereno Maraldo, Giovanni Morossi, Natale  Marangon e Angelo  Seidita. I sei furono fucilati nel luogo dell’azione  partigiana il 18 dicembre 1944. Lo stimmatino don Mario Pozzi, come ricorda il ricercatore Tito Cancian, “aveva avuto il triste incarico, il 18 dicembre 1944, di assistere i sei partigiani, i quali (…)  erano stati condannati a morte per rappresaglia e fucilati nell’ex orto di Ezio de Carli, dove attualmente si trovano le scuole medie statali e precisamente nella zona sottostante, dove esternamente esiste ancora una lapide che ricorda i nomi di quei poveri innocenti, tutti giovanissimi. Don Pozzi, accompagnò i sei condannati fino al luogo di esecuzione e, un attimo prima che questa avvenisse, passò accanto a ciascuno di loro per confortarli". Al Tirassegno, tra Ospedaletto  e Gemona, mercoledi 31 gennaio 1945, alle ore “sette e minuti nessuno” furono uccisi altri due partigiani, Gino Grafitti e Silvio Lena che vennero strangolati da Militi fascisti. “La vicenda di Lena - racconta Ezio Bruno Londero, all'epoca  partigiano guastatore della Divisione Osoppo operante nella Valle di Ledis - ebbe un epilogo particolare in quanto, dopo essere stato catturato, venne portato assieme a Gino Grafitti, nella casotta del Tiro a Segno, sull’argine del torrente Vegliato: Leda e Grafitti vennero legati ad una sedia con una corda. Un’altra corda venne poi cinta attorno al collo e i due capi vennero presi da due che tirarono in senso opposto fino a strangolare i due malcapitati. Alcune ore dopo, il gruppo dei miliziani che aveva svolto l’azione di strangolamento si trovava all’osteria “da Cisotto”che stava di fronte alla caserma della Milizia. Il gruppo cantava, beveva e rideva vantandosi di aver ucciso anche quel giorno due ribelli: "E ancje vuei in vin fats fur doi! Ogni ore un di mancul!” dicevano. In quel momento  vennero informati  che uno dei due non era morto ed  era stato rianimato da alcune persone e portato in una famiglia di Stalis. I miliziani, inferociti, presero il motocarro che avevano a disposizione e si recarono subito nella famiglia dove si era rifugiato l’uomo. Lo prelevarono e lo uccisero con un colpo di pistola. I nomi dei sei partigiani fucilati e dei due  strangolati  sono trascritti su di  una lapide nella  strada che è stata espressamente  intitolata “via Caduti della Libertà” . Viene ricordato che essi furono "trucidati perché volevano l'Italia libera"

Per un approfondimento dell'episodio, v. il lavoro del prof. Luigi Raimondi in :


http://www.anpigiovaniudine.org/index.php?id=83&;menu=40

I memoria di "Livorno"-S.Daniele

Era il pomeriggio del 29 aprile 1945, quando i partigiani furono  informati che una colonna di tedeschi in ritirata, proveniente da Spilimbergo, si dirigeva verso la Carnia. La colonna fu attaccata in più punti. In quella giornata, sulla strada che da LivornoCarpacco porta a Villanova di San Daniele, morì il comandante del Btg Gemona, l'osovano “Livorno” (Giuseppe De Monte). La colonna tedesca, come si è saputo in seguito, era comandata dal capitano delle SS Niemann ed era composta da un gran numero di sbandati, fascisti, SS Alto-Atesine e anche cosacchi. I tedeschi furono costretti a fare dietrofront.  Alla memoria di "Livorno" venne concessa la medaglia d'oro al valor militare, con una motivazione ove veniva  descritto lo svolgersi dell'azione: "uscito dall'agguato ed immobilizzata, con una bomba a mano, un'autoblinda che apriva la marcia della colonna avversaria, si gettava in avanti, col mitra spianato, chiedendo ad altissima voce la resa. Falciato da una mitragliatrice, immolava, in questo audace tentativo, la sua nobile vita". In realtà, come è stato efficacemente ricostruito dal partigiano Ermes Brezzaro, "Livorno" venne falciato dai mitragliatori dei tedeschi che si erano impadroniti di un'autocorriera partigiana e che avanzavano, appunto per trarre in inganno le forze della resistenza, in avanscoperta a protezione della imponente colonna  del capitano Niemann. Sul luogo dello scontro un cippo ricorda il sacrificio di "Livorno".

in ricordo a "Oslo"

Oslo 2

Il patriota Oslo (Vittorio Forgiarini) era sceso in pianura per motivi di servizio; venne intercettato e fermato da una ronda composta da tre militi fascisti friulani. Dopo una decina di metri fatti assieme, Oslo cercò di sottrarsi loro dandosi alla fuga lungo il vicino vicolo S. Bartolomeo . Venne immediatamente fatto segno a colpi di mitra e moschetto. I militi infatti, fermatisi sui gradini coi quali inizia il vicolo, puntarono le armi contro il fuggitivo e spararono tutti assieme verso il basso. Uno dei colpi raggiunse Oslo all’altezza della carotide, facendolo stramazzare a terra. Vittorio Forgiarini morì due giorni dopo all’ospedale civile di Gemona.

Una lapide, dedicata al "primo dei gemonesi " caduto "per la patria e per la libertà", ricorda il luogo del doloroso episodio.