Newsflash

Dal nulla sorgemmo

La sanguinosa mattanza della Prima Guerra mondiale è finita. La mistica dell'interventismo lascia il posto ad una arida delusione: “le aspettative delle masse finiscono (...) per essere disattese”. Nessuna riforma, nessuna ricchezza, nessun cambiamento sociale: dov'è la vittoria? Che senso ha tutto il sangue versato? Che fine hanno fatto le tante promesse? Scoppiano ovunque tumulti, la vecchia classe politica latita, il socialismo conquista consensi oceanici, detta l'agenda ma non riesce a innescare una vera insurrezione armata. Un po' per le divisioni interne endemiche nella sinistra italiana (e presenti identiche oggi a un secolo di distanza), un po' perché il movimento socialista snobba colpevolmente i reduci, li emargina, li rifiuta a prescindere. “Queste posizioni ingessate getteranno nelle braccia del fascismo migliaia di ex combattenti”: lo squadrismo dei seguaci di Mussolini prende forma e diventa una minaccia sempre più concreta, sottovalutato da tutti. Ma facciamo un passo indietro: è il 1919 quando viene fondata l'ANAI (Associazione Nazionale Arditi d'Italia), che raccoglie i reduci che in tempo di guerra appartenevano ai reparti d'assalto, quelli abituati a gettare il cuore oltre la trincea. In un primo momento si tratta di un gruppo militarista, sostanzialmente antisocialista, ma in seguito al tradimento mussoliniano dell'impresa fiumana di Gabriele D'Annunzio - della quale gli Arditi “avevano costituito il nerbo” - una parte significativa del movimento si caratterizza per un sempre più marcato antifascismo. La convivenza di anime così diverse all'interno dell'ANAI deflagra nel 1921 a Roma, in occasione delle elezioni dei vertici dell'associazione: “viene eletto alla presidenza il tenente Umberto Béer, di fede repubblicana. (…) Vicepresidente è il tenente filofascista Pietro Pandolfi, segretario il tenente antifascista Canio Panetta. Tra i cinque consiglieri accanto al tenente Maggi, noto squadrista, troviamo il legionario filocomunista Pierdominici, il tenente Ferrari e l'anarchico Aldo Eluisi”. Le divisioni esplodono in occasione della richiesta, a fine aprile, da parte di Cesare Bottai di sostenere la sua candidatura alle elezioni politiche per il Partito Fascista. L'ANAI romana si spacca irrimediabilmente, e viene addirittura organizzato un corpo d'elite che ha il compito di combattere, “con forza uguale e contraria”, lo squadrismo fascista che ormai si prepara alla Marcia su Roma...
“Lavoratori! Dal nulla sorgemmo in una lotta infernale. Ricordate: non respiravamo, più non si viveva. Era la nostra ora più nera e più tragica. Contro di noi vi erano fascisti, governo e borghesia”.
Nuova edizione riveduta e ampliata per il saggio di Valerio Gentili, giovane storico della Resistenza e del movimento operaio, che in questo prezioso volume si sofferma su un capitolo della storia italiana poco noto, colpevolmente trascurato. La vicenda politica e insurrezionale degli Arditi del Popolo, e in particolare della legione romana del movimento, protagonista di episodi eroici nella resistenza all'ascesa al potere di Benito Mussolini e delle sue squadracce. Una storia suggestiva e a tratti emozionante che Gentili racconta con puntualità, seguendo un filo coerente e inesorabile che va dall'avventura fiumana di D'Annunzio al “biennio rosso” e alla Marcia su Roma. Alcuni storici, tra i quali Tom Behan, hanno recentemente avanzato l'ipotesi che se appoggiati non dico dal potentissimo Partito Socialista dell'epoca ma almeno dal neonato Partito Comunista Italiano, gli Arditi del Popolo avrebbero sconfitto sul campo il Fascismo rampante e cambiato la storia. Non so valutare la plausibilità di questa teoria: sta di fatto che Lenin, molto indispettito dall'atteggiamento negativo di Bordiga e Grieco (Antonio Gramsci era invece molto più bendisposto) verso gli Arditi del Popolo, scrisse nel settembre del 1921“Il partito ha commesso un serio errore (…). Era la migliore situazione per unire sotto la nostra direzione vaste masse. Il fatto che alla testa del movimento erano elementi radical-borghesi di tendenze avventuristiche non può affatto servire da pretesto per agire in tal modo”. Quanta differenza – e quanta sana realpolitik rivoluzionaria in più - rispetto alle parole di Bordiga del 31 luglio dello stesso anno: “È fuori discussione per i comunisti l'opportunità tattica di intese e alleanze con questi complottatori da palcoscenico e pseudo-rivoluzionari che ci regalebbero la repubblica di Eugenio Chiesa e il sovietismo politico di D'Annunzio, o la repubblica dei sindacati più o meno giuliettizzati”! I momenti più felici del saggio sono i capitoli dedicati alle guerriglia nelle borgate romane, che mostrano un popolo appassionato e battagliero sul quale sta per abbattersi il macigno del Ventennio e le appendici con documenti importanti come l'intervista di Antonio Gramsci ad Argo Secondari pubblicata su “L'Ordine Nuovo” del 12 luglio 1921. Il libro è pubblicato con una licenza Creative Commons che stabilisce che la diffusione del testo senza scopi di lucro non solo non è vietata, ma è anzi incoraggiata.

 

L'esercito italiano nella resistenza Yugoslava.

L’8 settembre 1943 trovò dislocate nei territori della Jugoslavia ben 27 divisioni del R.E.I. e nel Montenegro il XIV° Corpo d’armata, comandato dal generale Ercole Roncaglia, disponeva di quattro divisioni: la divisione alpina “Taurinense” , presidiava Nikšić, comandata dal generale Lorenzo Vivalda; la divisione alpina “Venezia”, presidiava Berane, comandata dal generale Giovanni Battista Oxilia; la divisione “Ferrara” , presidiava la valle del fiume Zeta con Podgorica e Cettigne, comandata dal generale Antonio Franceschini; la divisione “Emilia”, presidiava le Bocche di Cattaro, comandata dal generale Ugo Buttà. Di fronte all’assenza di disposizioni dall’Italia e alle disposizioni di resa incondizionata e l’avvio ai campi di prigionia poste dagli ex alleati tedeschi ci furono alcuni giorni di confusione e di reazione da parte dei soldati italiani. Le prime reazioni furono dei soldati del Gruppo di artiglieria alpina “Aosta”, comandate da Carlo Ravnich, che il 9 settembre spararono cannonate alla colonna tedesca che tentava di raggiungere Nikšić. A Podgorica il 13 settembre ci fu l’ultima riunione dei comandati del Corpo d’Armata che decise di prendere tempo. Il 14 settembre una colonna di 8.000 soldati della Taurinense cercò di dirigersi dall’interno del Montenegro verso le Bocche del Cattaro perché la Divisione “Emilia” aveva, unilateralmente combattere i tedeschi portandola però all’annientamento. La colonna della Taurinense fu però respinta dall’esercito tedesco vicino a Cettigne, attaccata a Ledenice, accerchiata nei pressi di Grahovo. Dopo circa 15 giorni la Taurinense, che aveva perso nei combattimenti circa 6.000 uomini, tutte le armi pesanti e tutti i viveri, riprese la via delle montagne e il comando di Divisione prese contatti con gli ex nemici del comando partigiano. Il 15 settembre venne arrestato a Podgorica il generale Roncaglia. Le oggettive difficoltà e incomprensioni iniziali con i partigiani furono superate dagli stessi considerando il comportamento dei soldati italiani contro i tedeschi. Dalla precedente organizzazione della Divisione alpina Taurinense, furono costituite, su base volontaria, le prime due brigate di 800 uomini ciascuna che si aggregarono alla divisione alpina “Venezia” , ancora unita e composta da 15 000 uomini. La divisione “Venezia”, che era stata fortunata di essere accampata a Berane e che si era difesa dagli attacchi tedeschi, ebbe anche la possibilità di ricevere, dopo diverse traversie, un piccolo aereo delle Forze armate italiane, dipendenti dal Governo del Generale Pietro Badoglio, con i codici cifrati che permisero di mantenere i collegamenti con i Comandi Militari dislocati nel Sud d’Italia. Il 3 dicembre 1943 , nei pressi di Plevlja, fu costituita così una formazione partigiana , esclusivamente su base volontaria ed individuale, la Divisione italiana partigiana Garibaldi con quattro brigate, alle dipendenze strategiche del II Corpus dell’Esercito Popolare di Liberazione Jugoslavo. Secondo (3) la denoninazione fu imposta dal II° Corpus dell’EPLJ ma, comunque gli italiani ebbero l’avallo dello Stato Maggiore del Governo Badoglio. Per richiamarsi a Garibaldi fu adottata un fazzoletto o una cravatta rossa. Nel febbraio 1944 due brigate (circa 2.800 uomini) furono inviate in Bosnia al seguito del II Corpus. Una delle due fu decimata e solo un quinto riuscì a tornare. Una terza brigata, dopo due mesi di scontri in Bosnia, scomparve e solo i pochi superstiti ritrovarono gli ex commilitoni partigiani. Nell’agosto 1944 sei divisioni tedesche, in ritirata dalla Grecia, scatenarono in tutto Montenegro l’ultima offensiva e accerchiarono tutte le forze partigiane jugoslave e italiane. Per venti giorni le zone di Bjelasica, di Sinjajevina, del massiccio del Durmitor, del Komarnica, del Javorak furono tutto un susseguirsi di sanguinosi combattimenti. Le residue tre brigate della Divisione italiana partigiana Garibaldi si distinsero nella lotta anti-nazista. Mentre la a prima brigata, decorata in seguito con la medaglia d’oro al valor militare, proseguì la sua attività nel Sangiaccato, le altre due brigate furono assegnate al presidio della costa della Dalmazia. Nel gennaio 1945 la prima brigata inseguì il nemico nazista fino alla città di Sarajevo, La Divisione italiana partigiana Garibaldi si riunì, alla fine dei combattimenti, nel porto dalmata di Ragusa per rientrare in Italia. I sopravvissuti furono, rispetto ai 24.000 militari degli organici delle Divisioni “Venezia” e “Taurinense” alla data dell’8 settembre 1943, solo 3.500. Il 25 aprile la Divisione Garibaldi diventò, a Viterbo, il 182º Reggimento Fanteria Garibaldi con tre battaglioni: “Aosta”, “Venezia” e “Torino”. Il 5 settembre fu assegnata alla futura Divisione Folgore dell’Esercito Italiano.

L'occupazione cosacca in Carnia

"La testimonianza di Matteo Brunetti di Paluzza, sull'occupazione cosacca in Carnia tra il 44 e il 45.Da troppo tempo vi è il tentativo da parte di ambienti culturali di area revisionista, di far apparire le armate cosacche, fedeli a Hitler, come una compagnia di allegri bricconi, che tutto sommato non erano poi così cattivi. La testimonianza, smentice questa visione romantica dei cosacchi in Carnia, e si sofferma su alcuni aspetti particolarmente scabrosi della loro venuta.
I cosacchi erano truppe di occupazione che collaboravano con i nazisti e i fascisti, nella lotta antipartigiana, nei rastellamenti di civili, nei furti devastazioni e uccisioni, ecc... Alcuni cosacchi collaborarono con la resistenza, ma i vertici militari erano ebbri del desiderio creare un proprio sultanato nella zona occupata.Per loro, Hitler a vittoria avvenuta, avrebbe riservato loro ( almeno questo era stato promesso, poi probabilmente la promessa non sarebbe stata mantenuta e il destino dei Cosacchi sarebbe stato simile a quelo di altre popolazioni, non pure, che hanno avuto la sciagura di entrare in contatto con i nazisti)la Carnia quale terra promessa, da ribatezzare in Kosakkenland.
Parte della popolazione della CArnia guarda con nostaglia quel periodo di violenza e morte, dimenticando gli orrori della loro nefasta presenza."

 

1944 - Adolfo Hitler concepisce il diabolico piano per distruggere i camici e dà la Carnia in pasto a
due divisioni di russi "Bianchi", una cosacca e l'altra caucasica, tra cui anche i cosiddetti "eroi di
Varsavia", reduci dall'aver annientato i valorosi insorti di quella capitale. Il 26 agosto una prima ordadi 2.000 cosacchi si rovescia su Amaro e Tolmezzo; in due giorni 15 donne vengono violentate e inun mese le campagne sono devastate da 4.000 cavalli.
Ad Imponzo, russi e nazisti,  trucidano Canzio Zarabara (47 anni) e don Giuseppe Treppo (42);
quest'ultimo finito a pugnalate per aver tentato di impedire ai cosacchi di molestare-delle giovani.
A Verzegnis viene assassinato Enore Cappellaro (27); a Rigolato ugual sorte tocca a Caio Gracco
(60), Celso Coltrer (22), Oliviero D'Andrea (24). Ad Illeggio don Osvaldo Lenna, condannato a
morte riuscì a salvarsi. A Casanova vengono trucidati Guido De Giudici (20), Galileo Missana (32),
Giovanni Ostruzzi (27) ed Ernesto Ostruzzi (31). A Terzo, Albina Gressani in Verìtti (55); a Illeggio,
Arivo Scarsini (30). I cosacchi, inoltre saccheggiano: Cedarchis, Cadunea, Imponzo ed fileggio;
devastarono pure Caneva, Casanova, Terzo, Formeaso, Cabia, Piedim, Valle, Trelli, Salino, Chiaulis
ed Esemon di Sopra. Inaudite sofferenze vennero inferte a Zuglio, Sezza, Fielis, Arta, Paularo,
Paluzza, Cleulis, Treppo Carnico, Villa Santina, Verzegnis, Comeglians, Entrampo, Calgaretto,
Mieli, Tualis, Vuezzis e Ravascletto. 
Una dozzina di chiese vennero invase: sette con scasso e furto. Nella chiesa di Imponzo venne
scardinato l'altare maggiore e sparpagliate le ostie.
A nord di Verzegnis furono bruciate quattro case coloniche e cinque a Esemon di Sopra. Più cji 3.000le persone senza tetto, senza bestiame e senza masserizie. Rubati persino i carri e gli attrezzi agricoli. Circa duecento le violenze carnali consumate da* cosacchi e nazisti, eseguite in spregio all'età e prevalentemente in luogo pubblico, sotto gli occhi dei famigliari. A Trelli di Paularo centinaia furono i cittadini percossi e seviziati. Cifre altissime toccarono le deportazioni specie nel canale di San Pietro ed in quello dell'Incarojo.
25 ottobre 1944: a Verzegnis, i cosacchi fecero man bassa di centinaia di quintali dì fieno e la
popolazione si esasperò. Al che questi assassini misero al sacco le borgate di Intissans e Chiaiacis,
bruciarono tre case e trucidarono quattro pacifici cittadini. Giuseppe (34) e Pio (34) Paschini, Luigi
(75) e Giovanni (79) Marsili. Non soddisfatti incendiarono tutti i casolari a Pozzis rubando ogni cosa. Ed ancora, per rappresaglia,   il primo novembre 1944 i cosacchi ammazzarono due uomini e
bastonarono selvaggiamente 45 a Muina, Cella ed Agrons.
Il giorno seguente in queste località altri 11 uomini ed una donna vennero uccisi, mentre il geometra
Antonio Fabris (90) moriva nel proprio letto per le bastonate subite. Le cinque vittime di Muina:
Angelina Stradiotto (35), Egidio De Franceshi (45), Tullio Fabris (38), Elio Micoli (41) ed Ettore
Gallo (38); quelle di Luint: Antonio Marin (47), Antonio Not (59), Lino Not (37), Eligio Palma (27)
e Luigi Piemonte (25); una a Cella, Guido Felice (24) ed una ad Ovasta, Guerrino Timeus (34).
Sempre il due novembre 1944 veniva trucidata Lina, sfollata da Udine, che si era gettata sul corpo delmarito, Galliano Bulligan, -ex maresciallo - crivellato dai cosacchi che prima di entrare nell'abitazione avevano ucciso un povero vecchio che,impaurito e sotto la minaccia delle armi, li aveva dovuti accompagnare.
A Chiarsò di Piedim (Aita) l'operaio Agostino Cescutti (39) veniva dai russi, per gioco, preso a
pistolettate; rimase due mesi tra la vita e la morte. Sopravvive cieco ad un occhio.
Pieris di Prato Carnico, nuova bravata il 14.12.1944, l'operaio Giacomo Casali (44) viene
assassinato mentre si trovava sulla porta di casa.
26 dicembre 1944: vengono assassinati, a Verzegnis Ettore Romano (40) ed a Ovaro, con una
fucilata, Lucia Zugliani (19) che si era svincolata da un cosacco che voleva violentarla.Nello stessogiorno a Pia De Mea in Morassi (63) da Campivolo di Ravascletto i cosacchi con scariche di mitra le perforarono orrendamente le gambe; cinque giorni innanzi una pallottola aveva trapassato il'torace di Domenico Menean (19) di Villafuori di Ravascletto.
Primi di febbraio 1945: le violenze carnali, di cui una su una bambina di Caneva di appena cinque
anni, sono tredici, due i morti e tre i feriti gravi, oltre ad un centinaio di persone aggredite e bastonate a sangue perché si rifiutavano di lasciarsi portar via le pecore.
Destarono orrore il massacro dell'autista Marino Zugliani (39) di Raveo, lo stupro a Rigolato di una
bambina consumato dal maresciallo Nikolai e le orribili torture inflitte a Oreste Divora di Cercivento. 19 marzo 1945: a Fielis la popolazione subì ad opera dei caucasici ogni sorta di violenze e ci rimisero la vita, massacrati, Ernesto Cimenti (64) ed Ermenegildo Fior (66). Vennero frustati e picchiati a sangue donne e uomini a centinaia. Frustato anche il cappellano don Paolo Miu che assisteva un morente; 60 le case saccheggiate.
2 aprile 1945, un'episodio terrificante: Norma Solari (35) di Pesaris per sfuggire agli oppressori che
la perseguitavano di continuo riparò, con il marito ed altri compaesani, nel rifugio "De Gasperi". 1
caucasici, circondato e sprangato il rifugio, lo diedero alle fiamme e tutti arsero orribilmente vivi.
4 aprile 1945: a Tolmezzo 17 ragazzi di età inferiore ai 15 anni vengono catturati da cosacchi ed
elementi della LufiwulTc e deportati a Gradisca. Di loro non si saprà più nulla.
2 maggio 1945: cosacchi e caucasici si scagliano selvaggiamente contro la popolazione di Ovaro ed
orrenda fine fecero: Antonio Agarinis (21), Dante Agarinis (23), ring. Rinaldo Cioni (34), Attilio
Rossi (62), Pietro Cimenti (25), Matteo Coiman (36), Gino Collinassi (20), Giovanni Della Pietra
(21), Francesco Fedele (61), Elio Fedele (34), Ermenegildo Gaier (46), Matteo Gottardis (22),
Vittorio Gressani (47), Giuditta Mirai (53), Secondo Not (25), Silvio Pavona (53), Virgilio Pavona
(24) e Giacomo Pavona (24), Vittorio Primus (20), Rinaldo Rupil (38), Giobatta Tavoschi (70) e
Matteo Triscali (70).
Fine tremenda anche per il parroco, don Pietro Cortiula che,intervenuto per proporre una tregua,
venne pugnalato all'inguine, spogliato di ogni cosa, bastonato e trascinato nella piazza del paese e lì
finito a colpi di pistola.' Prima di abbandonare Ovaro, altro eccidio cosacco: cinque prigionieri massacrati in mezzo alla piazza. Durante il ritorno a Comeglians i cosacchi freddarono a raffiche di mitra Marco Raber (30) che tranquillamente rientrava dal lavoro.
Oltre al sangue versato dai partigiani, durante la fiera ed eroica resistenza, la Carnia soffrì le perdite di oltre 300 civili, uomini donne e bambini, in maggior parte morti in seguito a sevizie e torture. Dai
russi e nazifascisti circa 300 le donne, bambine ragazze e spose violentate. Più di tremila le persone
bastonate, picchiate a sangue e seviziate.
Dei 3.500 civili ( comprese 200 donne) inviati nei lagher nazisti, appena 30 sopravvissero e una
buona parte di queste morì presto.
2.000 case e più di 1000 casolari distrutti.
10.000 capi di bestiame, 15.000 tonnellate di fieno ed altrettante di legna depredate.
10.000 furono gli abitanti che rimasero privi di tutto a seguito di saccheggi e devastazioni.
Ci fermiamo qui ancorché lunghissimo e doloroso sarebbe ancora il calvario subito dalle gemi friulane ad opera dei truci occupatoli.
Rammentiamo per ultimo il tragico e totale incendio e massacro di Nimis (29 settembre - 1 ottobre
1944), ricordando le decine di trucidati e deportati nei lagher nazisti, le innumerevoli sevizie
perpetrate da nazisti e cosacchi ai danni della popolazione.
Il circolo Pablo Nerùda ricorda con cocente dolore, assieme a tutto il Friuli Democratico, tutte queste infamie e crudeltà subite dal Nostro Popolo Friulano.
Di seguito riportiamo da il Messaggero Veneto di domenica 16.6.1991 l'affermazione dell'avv.
Antonio Comelli presidente della Cassa di Risparmio di Udine e Pordenone - sponsor del
documentario - che parlando dei cosacchi in Friuli afferma: "si trattava di gente fondamentalmente
buona, che non faceva violenze gratuite, anzi aveva un profondo spirito umanitario".
Rispondiamo a questa incredibile affermazione sia con quanto precedentemente scritto sia con un
brano tratto "L'incendio e il martirio di Nimis" di mons. Beniamino Alessio:
"    compaesani attardati a Nimis (durante la devastazione) con la speranza di salvare qualche
cosa, asseriscono di aver sentito parlare in italiano e friulano. E' da augurarsi che. ciò non risponda a
verità. Ripugna troppo ritenere capaci ài tanto i nostri stessi fratelli".

Giorgio Coianiz San Giorgio di Nogaro

L'eroe partigiano Aulo Magrini fù ucciso dai nazisti e non dal "fuoco amico"

di GIANPAOLO CARBONETTO

Sono passati 66 anni da quel 15 luglio 1944 in cui, in un’azione partigiana contro i tedeschi, rimasero uccisi i garibaldini Aulo Magrini, “Arturo“, poi decorato con medaglia d’argento, Ermes Solari, “Griso“, e l’osovano Vito Riolino. Per la prima volta domenica, sul ponte di Sutrio la ricorrenza sarà commemorata senza più avvertire la fastidiosa puzza dei sospetti diffusi su quella vicenda da persone interessate soprattutto a la resistenza per bassi motivi politici. A fissarlo una volta per tutte è una sentenza - probabilmente la prima su fatti della lotta partigiana emessa dal presidente del Tribunale di Tolmezzo, Antonio Cumin, in funzione di giudice unico, acquisendo e valutando gli atti di una causa intentata da Giulio Magrini, figlio di Aulo, rappresentato dagli avvocati Nereo Battello e Barbara Comparetti contro Gianni Conedera autore del libro "L’ultima verità. Da Mirko al dopoguerra".
Per fare luce sulla vicenda è necessario ricordare i fatti che hanno portato al contenzioso. Il 15 luglio 1944, un distaccamento partigiano della Garibaldi, di cui Aulo Magrini è dirigente politico, decide di attaccare una colonna formata da tre camion e una vettura, con 150 tedeschi, che sta rientrando dal passo di Monte Croce Carnico e sceglie di farlo vicino al ponte di Nojaris di Sutrio, nel punto in cui una strada che corre lungo il But è sovrastata da una parete a picco. Giunti sul posto, i garibaldini trovano già una squadra osovana impegnata, nel tentativo di sbarrare la strada con dei tronchi. In un veloce incontro fra il comandante del battaglione garibaldino, Ciro Nigris “Marco”, e quello osovano, Terenzio Zoffi “Bruno”, viene concordata la strategia di attacco. Il reparto osovano si posiziona sul lato destro del torrente, parete rocciosa e spoglia, mentre quello garibaldino va sull’altura sovrastante la strada, suddividendosi in gruppi di due-tre uomini. La colonna nazista ha già subito un attacco in località Enfre Tors e ha quindi le armi pronte all’uso. Quando le macchine tedesche sono sotto il tiro partigiano, sono lanciate le bombe al cui fragore fa seguito «un immediato inferno di fuoco di armi automatiche e di una mitragliera da parte dei tedeschi». L’azione dura alcuni minuti, ma la pronta e pesante reazione nemica costringe i partigiani a ritirarsi lasciando sul posto i corpi senza vita di tre compagni.
Quasi subito viene messa in giro la voce che Magrini non sia stato ucciso da proiettili tedeschi, ma da “fuoco amico” in maniera più o meno consapevole. Per le motivazioni le fantasie denigratorie non mancano: chi dice che è stato colpito alle spalle (mentre invece il proiettile lo ha colpito allo zigomo sinistro), chi lascia intendere che sia stato ucciso perché portava con sé un’ingente somma di denaro, chi accusa che siano stati gli stessi partigiani a condannarlo a morte perché avrebbe detto (dopo solo un paio di mesi e mentre scriveva lettere nobilissime) di essere stufo di comandare i partigiani.
E ad approfittarne, per attaccare la Resistenza, è soprattutto Giorgio Pisanò, fascista convinto, Ufficiale della repubblica Sociale ed esponente del Movimento Sociale, che, nell’ansia di approfittare di queste voci, incappa in alcuni errori marchiani definendo Magrini democristiano, cattolico professante, osovano e ucciso per inclinazione politica, su ordine del capo garibaldino “Mirko”.
Buona parte di queste invenzioni vengono riprese più volte negli Anni Novanta, fino a provocare la reazione di Giulio, figlio di Aulo. Ma questo non basta e nel 2006 Gianni Conedera pubblica un libro in cui, senza fornire prove storiche delle sue conclusioni, afferma che il colpo che ha ucciso “Arturo” non solo è partito da arma partigiana, ma che addirittura è stato programmato.
Inevitabile il ricorso alla magistratura da parte del figlio Giulio che presenta, tramite i suoi avvocati, anche i pareri “pro veritate” di Gianpaolo Gri e di Marcello Flores che confutano senza tentennamenti l’attendibilità storica dello scritto di Conedera che si rifà sempre a presunti testimoni anonimi e non verificabili.
Il presidente del Tribunale di Tolmezzo, Antonio Cumin, dopo aver attentamente esaminato l’intera documentazione, ha ravvisato «una lesione di diritti costituzionalmente protetti, quali, appunto, i diritti della personalità» che comprende «quello dell’onore e reputazione», una lesione causata dall’inattendibilità dello scritto provato dall’assenza di «quegli indici minimi storiografici, in presenza dei quali soltanto si può parlare di opera storica, Infatti, com’è noto, è necessario a tal fine che l’opera contenga i presupposti perché la comunità scientifica sia messa in grado di verificarne il contenuto, segnatamente in primo luogo tramite l’esame delle fonti cui si è fatto ricorso per la redazione della stessa opera». Ma la lesione è causata anche, come dice il giudice, dal fatto «che l’illecito contenuto del libro di Conedera» è «in completo contrasto con il contenuto della motivazione della medaglia d’argento conferita in memoria al Magrini».
Infine, dopo aver rilevato che il danno supera il livello di tollerabilità, il presidente Antonio Cumin ha condannato Gianni Conedera alla rifusione dei danni morali e materiali a Giulio Magrini, figlio di Aulo.
Si conclude così definitivamente una dei più squallidi - anche se non l’unico - tentativi di gettare fango sulla guerra di Liberazione, o, quantomeno, di screditare il più possibile la parte della Resistenza maggiormente vicina al Partito Comunista in un gioco al massacro che continua ancor oggi a essere praticato, in quanto gli obbiettivi, anche se non sono più perfettamente coincidenti con quelli dell’immediato dopoguerra, quasi sempre sono legati a mire politiche legate all’oggi più che a un passato che non esiste praticamente più. ( forse è un passato che non esiste più, ma i continuatori dell'ideologia nazifascista sono ben presenti e agguerriti nel mettere in discussione il grande valore della Resistenza, perchè è l'unico modo di riabilitare una ideologia di sterminio morte e distruzione.In Carnia l'opera di falsificazione della storia continua ad opera di sedicenti ricercatori storici locali,  emuli di Pisanò e capaci di costruire vicende mai accadute, cone le uccisioni di pastori austriaci ad opera partigiana, causa scatenante delle rappresaglie nelle malghe di Paularo e a Pramosio.  Fatti mai accaduti storicamente, ma diventati evidenti nelle fantasie locali col passare degli anni e l'inedia dei veri ricercatori o istituti di ricerca storica, verità storice accettate da tutti. n.d.r.)

Il veterano

FOIBE/ Storia affogata nella propaganda
 
(da: Messaggero Veneto — 02 marzo 2010)  
 
Ho 90 anni, sono un veterano della seconda guerra mondiale, maresciallo-pilota idrovolantista. Per le operazioni durante la “Battaglia dei convogli”, nello Ionio, mi è stata assegnata la medaglia d’argento al valor militare. Dopo l’armistizio, tra il febbraio e il maggio del 1945 ho militato nelle formazioni Garibaldi-Natisone di stanza sul Collio, e ho partecipato alla liberazione di Udine il 1º maggio 1945. In questi giorni ho seguito le vicende del consiglio comunale di Udine, circa l’intitolazione di una via ai martiri delle foibe. A distanza di anni c’è da restare sgomenti davanti all’infantilismo dei giovani militanti, che fanno della toponomastica una questione politica, anzi ideologica. Alla mia età guardo all’Italia di oggi, alla palude della corruzione, alle questioni dell’ambiente, alla crisi economica. E questi si perdono con battaglie di retroguardia, come negli anni 50. Concediamo però che la questione possa essere seria. Io dico: si può opinare se Bettino Craxi debba o meno esser celebrato con un martirologio a Milano. In fondo è morto in pensione ad Hammamet, senza scontare la condanna, mentre molti dei suoi son finiti in galera dopo Mani pulite; non si può certo opinare sui martiri delle foibe! Per quanto possa finirci dentro il peggior criminale di guerra fascista, morire in quel modo mi sembra terribile: figuriamoci gli innocenti trascinati nelle forre assieme ai colpevoli. Il punto è un altro: ci si ostina ancora a disputarsi la storia, per far propaganda, quando sugli avvenimenti del confine orientale, nel dopoguerra, con la propaganda ci ha marciato tutta una generazione di politicanti. Con il risultato che, come fra due che divorziano, a rimetterci è il bimbo, così fra bianchi e rossi ci hanno sempre rimesso i fatti e la verità storica. Prendiamo Porzûs: già Pasolini, che aveva visto trucidato il fratello Guido, implorava ai democristiani di non strumentalizzare le vittime, farne dei martiri, criminalizzare il movimento partigiano. Niente da fare. In Friuli la Resistenza ha coinciso con questa tragedia. La propaganda nazionalista e anticomunista ci ha dato dentro al punto da farci dimenticare le rappresaglie: paesi in fiamme, impiccagioni, torture. Gli studenti sanno forse qualcosa di Torlano, Avasinis, la fossa di Palmanova? Li sfido a rispondere al quiz. Si è parlato in questi anni solo di Porzûs e dei partigiani che rubavan galline. Dall’altra parte la Sinistra ha fatto un’epica della Resistenza, al punto da farcene dimenticare i lati oscuri, come le provocazioni gappiste o la polizia partigiana. Oggi la storiografia ha portato alla luce aspetti scomodi alla retorica resistenziale: solo che è sorta tutta una contro-retorica revisionista, che forse dimentica come la Costituzione repubblicana nasca dalla Resistenza, e la storia abbia dato ragione alla guerra di Liberazione, non ai ragazzi di Salò. Prendiamo ora le “foibe”: mi pare che anche questa tragedia sia stata documentata; oggi è giustamente celebrata con il Giorno della memoria. Ma probabilmente nel dopoguerra non era di interesse politico portarla alla ribalta, per tenersi buono Tito; come è accaduto per “l’armadio della vergogna”, vi ricordate, con le prove degli eccidi nazifascisti tenute nascoste per non infastidire i tedeschi. Quello che mi preme ribadire è che dal dopoguerra in poi la storia del confine orientale è affogata nella propaganda politica. Ciò ha distorto la realtà cruda e complessa della guerra che abbiamo vissuto in prima persona, e di cui il più delle volte non eravamo coscienti nemmeno noi, quando scorreva sulla nostra pelle. Per esempio non possiamo dimenticarci di esser stati anche noi forze di occupazione, in Slovenia e in Croazia. E perciò non si può denunciare la barbarie delle rappresaglie subite con le foibe, senza valutare quelle fatte. Insieme con mio figlio, indagando con lo spirito da studente, ho scoperto di recente alcuni documenti che mi hanno fatto rabbrividire. Li riporto, così come sono emersi dai siti Internet, quasi come macabri resti dalle foibe. Siamo in Slovenia. È il 3 agosto 1942. A margine del marconigramma 13069/op., il comandante della divisione Granatieri di Sardegna, generale Taddeo Orlando, comunicava al comando della XI Armata l’avvenuto inoltro di «37 uomini validi senza specifiche imputazioni per l’internamento e 3 briganti comunisti feriti», il generale Robotti annotava stizzoso: «Perché non li hanno fucilati? Fargli questo appunto (e fuciliamoli noi)». «Si ammazza troppo poco». Non sono uno storico, ma un ex combattente. Amo questa povera Patria. Ma la propaganda continua ancora a giocare su di noi, sopravvissuti, e sui poveri morti, dimenticando i fatti. La guerra porta con sé violenza, eccessi, brutalità che le lapidi non bastano, per ricordare, né la politica, per far quadrare il cerchio.
Albino Braida San Giovanni al Natisone