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La strage di Torlano di Nimis-i fatti.

TORLANO DI NIMIS (Udine) - Testimoni diretti di quel tragico mattino del 25 agosto 1944, ce ne sono ormai rimasti pochi nella piccola frazione di Torlano. Ma non si è persa la memoria, qui ed in ogni angolo del Friuli, dell’efferato eccidio consumato dai nazisti che provocò 33 vittime civili, tra le quali donne e bambini e componenti di intere famiglie. Ogni anno, in quella data, il piccolo cimitero del luogo si apre ad una folla di persone provenienti da ogni località, a Sindaci di molti Comuni con i loro gonfaloni, alla sempre presente delegazione di Portogruaro, che ha avuto tra le vittime una sua intera famiglia. Folte, come sempre, le presenze di ex partigiani, garibaldini ed osovani, mobilitati dall’ANPI friulana. Anche quest’anno, dopo la benedizione della lapide con inciso il lungo elenco delle vittime, una giovane componente del Consiglio comunale di Nimis ha letto un documento che ricostruisce storicamente l’episodio attraverso le testimonianze di alcuni sopravvissuti che raccontavano dell’arrivo a Torlano, per una azione di rappresaglia, di una colonna corazzata di SS.  Le famiglie Comelli, De Bortoli e Dri, presagendo qualcosa di grave, si ritiravano in una stalla ritenendola posto sicuro. Intanto nuclei di partigiani appostati sopra Torlano, con scariche di mitragliatrice ostacolavano l’avanzare dei tedeschi che con le loro autoblinde rispondevano rabbiosamente al fuoco. «Giunse in motocicletta, con il mitra a tracolla, il maresciallo delle SS Fritz Joachim, noto come “il boia di Colonia” (per inciso: un altro dei feroci criminali di guerra mai ricercato né in Italia, né altrove). Si fermò nel cortile dell’osteria e diede l’ordine di far uscire una alla volta le persone lì rifugiate uccidendole a colpi di pistola. I corpi delle vittime – continua il racconto – ricoperti di paglia e cosparsi di benzina, vennero dati alle fiamme. Il boia entrò quindi nella casa dove erano rinchiusi Giobatta Comelli, la moglie e la figlia; a nulla valsero le loro suppliche: uno alla volta caddero in una pozza di sangue». Dice ancora quell’agghiacciante racconto: «A 60 metri  di distanza, in una stalla, il boia consumò un altro atto della tragedia: ad  uno ad uno fece  uscire gli uomini e li uccise a colpi di pistola assistito da un appartenente alla milizia fascista( poi processato e sucessivamente amnistiato). Nella stalla  rimasero le donne  che stringevano al  seno le loro creature  piangendo e pregando. Furono tutti uccisi e la stalla messa a fuoco». «Donne, ragazze,  vecchi settantenni e bambini in tenera età caddero sotto il piombo o bruciati vivi. Famiglie intere, dal padre all’ultimo nato, sono state completamente distrutte». Il documento si conclude riportando i nomi di alcune delle vittime: Giovanni Comelli con la moglie Anna e i figli Stefano, Idelma, Rita, Vittorio, Luciano, Bruno e Giovanna (3 anni); Virginio De Bortoli con i figli Silvano e Antonio, la nuora Santa con i figli Vilma di 11 anni, Onelia di 9, Bruna di 6, Emma di 4 e Luciano di 2.

(Riel. da un articolo di R.M. pubblicato su PATRIA INDIPENDENTE  del  20 OTTOBRE 2002.